Ecco la sentenza della Cassazione sulla cannabis light.

La Cassazione ha decretato che commercializzare i prodotti derivati dalla cannabis light è un reato. La decisione, che travolge un settore in piena espansione, è stata presa oggi dalle sezioni unite penali presiedute dal presidente aggiunto Domenico Carcano.

Per la Cassazione, dunque, la legge non consente la vendita o la cessione a qualunque titolo dei prodotti “derivati dalla coltivazione della cannabis” come l’olio, le foglie, le inflorescenze e la resina. “Integrano il reato” previsto dal Testo unico sulle droghe (articolo 73, commi 1 e 4, dpr 309/1990) infatti, “le condotte di cessione, di vendita, e, in genere, la commercializzazione al pubblico, a qualsiasi titolo, dei prodotti derivati dalla coltivazione della cannabis sativa L, salvo che tali prodotti siano in concreto privi di efficacia drogante”.

La commercializzazione di cannabis ‘sativa L’, spiegano i supremi giudici non rientra nell’ambito di applicazione della legge 242 del 2016″, sulla promozione della coltivazione e della filiera agroindustriale della canapa.

Con la loro informazione provvisoria – alla quale nelle prossime settimane dovrà seguire il deposito della sentenza con le motivazioni – i giudici della Corte osservano che la legge del 2016 “qualifica come lecita unicamente l’attività di coltivazione di canapa delle varietà iscritte nel catalogo comune delle specie di piante agricole” che “elenca tassativamente i derivati dalla predetta coltivazione che possono essere commercializzati”.

(la Repubblica 30 Maggio 2019)

“Vendere infiorescenze e derivati è un reato?”

L’unica cosa certa ad oggi è che ancora una volta la magistratura deve sopperire alla politica nel normare il settore della cannabis. Con la legge quadro sulla canapa industriale infatti non si è riusciti a dare norme certe al settore delle infiorescenze, in quanto sebbene facesse riferimento chiaramente alla pianta nella sua interezza, il testo legislativo non contemplava in particolare il fiore di canapa. Se la politica fosse intervenuta per tempo, probabilmente si sarebbe arrivati ad un risultato diverso.

Ma in realtà non è tutto perduto. Ora bisognerà stabilire cosa si intende per principio drogante, in quanto il testo della soluzione precisa  che la cessione, vendita e in genere la commercializzazione al pubblico di questi prodotti è reato “salvo che tali prodotti siano in concreto privi di efficacia drogante”. Si evince quindi che la Cassazione ritiene che condotte di cessione di derivati di canapa industriale privi di efficacia drogante NON rientra nel reato di cui all’art. 73 del T.U. Stupefacenti. In merito è bene ricordare che il Ministero della salute con il decreto dell’11 Aprile 2016 ha provveduto alla determinazione dei limiti quantitativi massimi relativi alle sostanze stupefacenti individuando nella D.M.S. (dose media singola), la quantità di principio attivo per singola assunzione, atta a provocare in soggetto un effetto stupefacente. In riferimento alla Cannabis Sativa L. è stata fissata la soglia di efficacia drogante del principio attivo THC nello 0,5%. Non può quindi essere ritenuta reato la vendita di prodotti derivati della coltivazione di canapa industriale che presentino livelli di THC inferiori a tali limiti.

E’ adesso fondamentale che in questo clima tutti capiscano la netta distinzione tra  canapa industriale e droga, in modo tale scongiurare irreparabili pregiudizi, patrimoniali e non, per le innumerevoli realtà del settore. Per ogni ulteriore considerazione e riflessione bisognerà comunque attendere la pubblicazione delle motivazioni che hanno portato la Cassazione ad emettere tale sentenza.

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